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Italian (IT)

 

La struttura è nata per ospitare ragazzi in età pre-adolescenziale e adolescenziale condannati dal Tribunale e attualmente ospita 497 ragazzi dagli 8 anni in su. Di questi solo poco più di 350 sono stati inviati dal tribunale per crimini, che variano da furti di vario genere fino ad omicidi o altre forme di aggressione nei confronti di persone. I restanti sono ragazzi di strada o con altre problematiche, inviati da altri dipartimenti, tra cui anche un piccolo gruppo di ragazzi con insufficienze mentali.

New Humanity è entrata in contatto con questa realtà a Novembre 2016, quando Enrico, psicologo che collabora con l’associazione, è stato invitato a fare uno studio del contesto.

 

Le prime visite sono state immediatamente seguite dalla realizzazione di alcuni interventi urgenti per migliorare le infrastrutture e, di conseguenza, le condizioni dei ragazzi. Grazie anche al supporto della Fondazione Pime è stato realizzato in tempi brevissimi un intervento di rifacimento dei bagni e la costruzione di un nuovo pozzo e di nuove taniche per la raccolta dell’acqua.

Questo primo intervento ha permesso da un lato di farsi conoscere e dall’altro di capire meglio una realtà così complessa. La presenza di New Humanity è stata accolta bene dal direttore e dallo staff del centro, e la fiducia è stata presto seguita dalla disponibilità a collaborare nell’avvio di attività per il bene dei ragazzi.

Il dialogo con lo staff e la direzione ha fatto emergere due principali elementi critici su cui lavorare.

Il primo elemento è legato alla preparazione dello staff. Nella struttura lavorano solo 40 operatori, incluso il direttore, divisi tra lavoro amministrativo e lavoro diretto con i ragazzi e che si alternano su turni per coprire le 24 ore. Nonostante l’impegno dello staff, il numero è insufficiente per garantire un lavoro che vada oltre la mera sorveglianza. Gli incontri organizzati da Enrico con gli operatori hanno inoltre evidenziato che la maggior parte di essi non ha una formazione specifica per lavorare con i minori, tantomeno con minori fragili e problematici. La voglia di imparare c’è, ma le possibilità sono poche e il tempo per programmare ancora meno. Da qui l’intuizione di avviare un percorso di formazione per gli operatori, che ha preso il via già nei primi mesi dello scorso anno. Gli operatori hanno iniziato a studiare basi di psicologia dello sviluppo e appreso tecniche per la gestione dei conflitti, oltre ad aver trovato l’opportunità di un confronto e di un supporto psicologico indispensabile per gestire il carico di stress che deriva da un lavoro talmente delicato.

Ma il principale problema emerso è stato la carenza di proposta educativa per i giovani. Nonostante il nome del centro evochi una forte componente di educazione, all’interno del riformatorio non esiste una scuola. Solo un ristretto numero di ragazzi possono frequentare la scuola che si trova nel villaggio e solo un numero di ragazzi compreso tra i 20 ed i 50 riesce a partecipare a training professionali.

Si è quindi deciso di avviare una scuola all’interno del riformatorio. Una scuola che non fosse solo luogo di apprendimento, dove i ragazzi imparino a leggere e scrivere (competenze comunque indispensabili per un loro futuro reinserimento nella società), ma dove possano iniziare un vero percorso di riflessione e di rielaborazione del loro vissuto. Una scuola che sia un percorso di riabilitazione.

La scuola è stata inaugurata ad Aprile 2017 e oggi è frequentata da poco più di 100 ragazzi. La mattina è dedicata allo studio delle materie obbligatorie per la scuola birmana (lingua birmana, lingua inglese, matematica e scienze). Nel pomeriggio invece vengono organizzati 6 diverse attività, dall’ascolto all’arte, ed ogni ragazzo è libero di decidere a quale attività partecipare. “Non gli stiamo solo insegnando a leggere e a scrivere, gli stiamo anche insegnando ad ascoltare i propri bisogni e i propri sentimenti. – spiega una delle insegnanti birmane della scuola - Il nostro obiettivo è aiutarli a parlare dei propri sentimenti anche più profondi e fargli capire che hanno il diritto di condividere le loro emozioni. Vogliamo che imparino ad esprimersi e che abbiano l’opportunità di condividere quello che sentono.”

Non è un caso che durante le attività del pomeriggio la maggior parte dei ragazzi chieda di parlare a tu per tu con l’insegnante. “E’ per loro un momento per condividere i loro sentimenti ed emozioni che hanno tenuto dentro a lungo. Parlano delle loro vite e delle difficoltà.”

E proprio a Gennaio 2018 è iniziato un nuovo tassello del progetto: i primi corsi di formazione professionale. Un’occasione per offrire un’attività anche ai ragazzi che ancora non riescono a frequentare la scuola e per facilitare il loro futuro reinserimento nella società.

Il 22 Gennaio è stato inaugurato il primo corso per elettricisti, a cui seguiranno nel corso dell’anno i corsi di falegnameria e lavorazione dei metalli. Si prevede nel corso del 2018 di riuscire a formare 150 ragazzi.

Il riformatorio, come dice il nome stesso, deve essere un luogo di rieducazione. Questi giovani hanno voglia di cambiare, di costruire un futuro diverso e non chiedono altro che di averne l’opportunità. Ce lo testimoniano le parole di un ragazzo detenuto che da qualche mese frequenta la scuola: “Prima avevo paura di parlare di fronte agli altri. Adesso riesco addirittura a stare su un palco, posso parlare a lungo di fronte agli altri e posso anche cantare. Oso fare cose che prima avevo paura di fare, cose belle. Adesso posso fare qualcosa di buono.”

Il progetto avviato da New Humanity nel riformatorio di Nghet Aw San, in Myanmar, è stato selezionato dalla Caritas Ambrosiana tra i 3 progetti da inserire nella Campagna Quaresimale.

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